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QUESTIONE FINE VITA: EUTANASIA IN ITALIA.


UNA SENTENZA FONDAMENTALE.
di Germana Biagioni

 

L’8 luglio 2020 riprende a Massa il processo contro gli imputati Cappato e Welbi per l’aiuto al suicidio di Davide Trentini, affetto da sclerosi multipla.
Con la sentenza del 24 settembre, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l’art. 580 del codice penale introducendo di fatto il suicidio assistito in Italia.
La Corte ha previsto la depenalizzazione nell’ipotesi in cui “il soggetto sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e sia affetto da una patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili ma sia nel contempo pienamente capace di intendere e volere”.
Nel caso in questione, Davide Tarantini non era sottoposto a nessun trattamento vitale e non era dipendente da nessun macchinario.
Perchè la sentenza del tribunale di Massa è fondamentale? Perché in qualche modo avrà un valore ulteriore sul criterio “oggettivo” di dignità della vita o quello “soggettivo” della autodeterminazione, con il rischio di non riconoscere più la vita come bene indisponibile.
Obiettivo della disobbedienza civile, messa in atto da Cappato e dall’associazione Coscioni, è la libera eutanasia in Italia, il riconoscimento delle garanzie costituzionali sull’autodeterminazione dell’individuo nella sfera sanitaria. Il percorso parte da lontano, con la giurisdizione dei casi Welby ed Englaro, con la legge sul testamento biologico (DAT), poi con la modifica dell’art. 580 del codice penale e ora con il processo a Cappato e Welby.
Una società che impronti la sanità sul principio dell’autodeterminazione rischia di diventare un pericolo per coloro che invece intendono vivere fino al momento della morte naturale, spingendo una platea sempre più ampia di persone a suicidarsi col benestare dello Stato, in quelle casette blu della morte dove entri con le tue gambe ed esci in un sacco nero di plastica, come avviene in Svizzera.
Un rapporto sul suicidio assistito dell’agenzia federale americana (The Danger of Assisted Suicide Laws della National Coucil on Disability di ottobre 2019) dichiara che esiste un serio pericolo per i disabili. Negli Stati Uniti il suicidio assistito esiste da anni. In Oregon è legale dal 1994, e poi in altri stati: Waschington nel 2008, Montana nel 2009 con una sentenza della Corte Suprema, Vermont nel 2013, California nel 2105, Colorado e Distretto della Columbia nel 2016, Hawaii nel 2018, New Jersey e Maine nel 2019. I paletti e le restrizioni poste dalle leggi, in realtà non impediscono ai più vulnerabili di essere vittime di abusi. In Oregon la sanità pubblica non paga le spese sanitarie a chi ha meno del 5 per cento di possibilità di sopravvivere grazie alle cure almeno 5 anni, ma offre gratis il suicidio assistito. Nel 2017 il dottor Brian Callister voleva trasferire due suoi pazienti in Oregon e in California per dei trattamenti che ne impedissero la morte, ma le assicurazioni hanno rifiutato la copertura dei costi di trasferimento e cure spingendo per l’eutanasia.
Per non parlare dei casi di diagnosi errate. Anita Cameron ha testimoniato al Parlamento di New York contro il suicidio assistito. Nell’agosto 2009 a sua madre dissero che la morte era imminente a causa di una malattia terminale. Dopo aver inoltrato le pratiche per il suicidio assistito la donna cominciò a stare meglio e sospese l’iter. Otto anni dopo era ancora viva e in attività.
Questo è quello che vogliamo in Italia?
Cosa accade in paesi come Belgio, Olanda, dove l’eutanasia è estesa anche ai minori, o in Canada dove la MAID non distingue tra eutanasia e suicidio assistito?
Sarà la Corte europea dei diritti umani a pronunciarsi sulla conformità della morte della signora Godelieva De Troyer, soppressa in Belgio con l’eutanasia all’età di 65 anni. Tom Mortier il figlio dichiara che le condizioni mentali della madre non le consentivano di assumere la decisione di farsi praticare la «dolce morte» e risultava priva dei requisiti per poter accedere all’eutanasia.
Il requisito che il soggetto sia capace di prendere decisioni libere e consapevoli viene spesso disatteso, come nel caso di Alan Nichols, 61 anni, residente nella provincia di British Columbia Canada, non aveva alcuna patologia invalidante, non era un malato terminale, ma soffriva da anni di depressione. Ha chiesto di morire con l’eutanasia all’insaputa della famiglia, alla quale è stato detto: «Non potete fare niente per fermarlo. La decisione spetta solo ad Alan». Il fratello disperato sapeva che Alan passava da periodi di depressione a periodi di vita serena e avrebbe voluto continuare ad aiutarlo.
«Non posso più leggere, voglio morire». E i medici lo accontentano Canada agosto 2019. Una forma di demenza gli impesce di coltivare la sua passione per la lettura: così Gayle Garlock chiede e ottiene di accedere alla MAID. Secondo Barbara, la moglie di Gayle, leggere è una vera e propria necessità per vivere. Nel frattempo però Galey non riconosce la moglie, quindi la capacità di dare il consenso si può dire reale?
La cultura dominante legata al suicidio assistito spinge i pazienti a credere che chiedere aiuto a vivere non sia degno o addirittura disumano e spinge i medici a non diagnosticare la depressione come malattia curabile, ma ad assecondare il desiderio di suicidio. Si innesca un meccanismo che genera una cultura della morte. Una persona malata non deve arrivare a percepirsi un peso e ad essere indotta a togliersi di mezzo per il bene proprio e della società!
Tornando al processo Cappato e Welby. Hanno messo in moto una organizzazione per far suicidare un uomo sofferente che riteneva il dolore fisico insopportabile. Ma si può quantificare il dolore per rendere giustificabile un aiuto al suicidio?
Secondo il dottor Herbert Hendin esperto internazionale nella prevenzione al suicidio «Una richiesta di suicidio assistito presenta aspetti ambivalenti come quasi sempre accade nei soggetti che vogliono suicidarsi. Il dottore deve riconoscere questa ambivalenza, al pari dell’ansia e della depressione. I pazienti che richiedono l’eutanasia solitamente chiedono di essere aiutati ad alleviare la sofferenza fisica e mentale. Se incontrano un medico compassionevole in grado di aiutarli, la maggior parte dei pazienti non vuole più morire e diventa grata del tempo che gli rimane da vivere. Le scoperte fatte negli ultimi 20 anni nel campo delle cure palliative dimostrano che trattando in modo compassionevole e umano i pazienti si può evitare di legalizzare l’eutanasia. Gli studi hanno dimostrato che più i medici conoscono le cure palliative e meno tendono a essere favorevoli alla legalizzazione del suicidio assistito. La sfida è occuparci di tutti i pazienti che sono malati terminali in questo modo».
Invito tutti ad una riflessione. E’ più progredita e civile una società che si prende cura del paziente ed è in grado di assistere la sofferenza, o una società che in pochi minuti addormenta profondamente il paziente con un composto che contiene una forte dose di sonnifero e lo fa morire di arresto cardiaco?
L’8 luglio ricomincia un processo la cui sentenza peserà sul futuro del nostro Paese.

 

Germana Biagioni
6 luglio 2020

 

fonti:
https://www.tempi.it/tag/eutanasia/
http://www.iltimone.org
http://www.lacrocequotidiano.it

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