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fine vita

 

 

Italia come Olanda, Belgio e Canada?

 

Ebbene sì, l’Italia sta seguendo la scia dei paesi che hanno legittimato l’eutanasia e stanno “facendo fuori” in pochi anni un numero spropositato di pazienti.
Nel 1994 l’eutanasia è stata depenalizzata in Olanda: rimaneva un reato, tuttavia era possibile non procedere penalmente nei confronti del medico che dimostrava di aver agito su richiesta del paziente. Il 28 novembre 2000 il Parlamento Olandese ha approvato (primo Stato al mondo) la legalizzazione vera e propria dell’eutanasia.

In Belgio l’eutanasia diventa legge nel 2003 per i maggiorenni ma nel 2016 viene estesa ai minori.

In Canada entra in vigore nel 2016 la MAID (Medical Assistence in Dying che non distingue tra eutanasia e suicidio assistito). Prevede che la morte con assistenza medica possa essere procurata a persone maggiorenni che la chiedono liberamente e in grado di dare il proprio consenso, le quali si trovino in una condizione medica irrimediabile, grave con un declino irreversibile. Dopo soli tre anni i giudici hanno allargato le maglie della legge ritenendola troppo restrittiva e quindi incostituzionale, permettendo la morte anche di chi non è affetto da malattia incurabile.
E in Italia?
Come in Olanda abbiamo subito la depenalizzazione dell’art. 580 codice penale da parte della Consulta che, mettendo paletti al suicidio assistito statale, si è fatta organo legislativo in barba alla tripartizione dei poteri previsti dalla Costituzione Italiana. Da parte sua il Parlamento si è delegittimato volentieri per non creare imbarazzi politici tra i suoi componenti, che avrebbero dovuto rispondere agli elettori, cosi si è fatto dettare l’agenda di una legge già ben delineata dal potere giudiziario, con tempi e modi di attuazione ma soprattutto contenuti, che non potrà più restringere. Non solo, perché i paletti previsti dalla sentenza n. 242/19 della Corte Costituzionale stanno per cadere.
Il 5 febbraio prossimo a Massa si svolgerà l’ultima udienza del processo a Marco Cappato e Mina Welby che hanno aiutato a morire Davide Trentin, un uomo malato di sclerosi multipla dal 1993 che ha chiesto di morire a causa di un dolore divenuto insopportabile. Aveva 53 anni e la sua vita, era segnata da una salute progressivamente sempre più deficitaria.
A differenza di Dj Fabo, Davide Trentini non era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale in senso stretto, dunque l’assistenza al suicidio non rientra tra i casi particolari giudicati legittimi dalla Consulta, che prevede la non punibilità qualora si agevoli “l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.
Quindi secondo quanto previsto dai “paletti” della sentenza 242/19 Cappato e Welby dovrebbero essere “colpevoli”.
Ma siccome noi viviamo nel paese di Pulcinella, questa manovra è stata fatta appositamente per arrivare ad una legge che permetta di porre fine alla vita di chiunque la consideri invivibile. La propaganda di quanti, come Cappato e la Associazione Coscioni, hanno voluto far credere che, dove riconosciuto il diritto di morire viene sempre limitato a casi disperati, non regge più.
Con questa ultima azione, di disobbedienza civile, si smaschera un sistema che vuole creare, con la legge sulla eutanasia, un pensiero socioculturale che giustifichi la selezione della specie. I deboli, gli ammalati, i vecchi, gli improduttivi, li eliminiamo per il loro bene, perché vivere non è soffrire e aiutare a morire è un valore umano e l’autodeterminazione è un diritto.
Della serie “la via è mia e me la gestisco io”. Vi ricorda qualcosa?
Da quando l’eutanasia è divenuta legge nei Paesi Bassi, le morti indotte si sono allargate dai malati terminali, a quelli cronici, alle persone con disabilità, agli anziani, alle persone con demenza, ai pazienti con malattie mentali. A partire dal 2002 il numero di episodi di dolce morte è aumentato del 250%.
Nel 2018 i casi registrati ufficiali sono 6.126, cioè quelli che i medici decidono spontaneamente di comunicare e rendere pubblici.
In un articolo, pubblicato nel 2017 dal New England Journal of Medicine, si afferma che circa il 23% delle operazioni non verrebbe dichiarato: se così fosse, nel 2018 i morti sarebbero 7.535 e non 6.126.
Per non parlare poi degli abusi come il caso De Troyer, una donna 64enne depressa, uccisa in Belgio senza che venisse avvisata la famiglia. Il figlio della donna, Tom Mortier ha fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani.
In Canada due casi eclatanti di degenerazione eutanasica. Il primo luglio 2019 Alan Nichols, 61 anni, residente nella provincia di British Columbia, non aveva alcuna patologia invalidante, non era un malato terminale, ma soffriva da anni di depressione. Ha chiesto di morire con l’eutanasia all’insaputa della famiglia, alla quale è stato detto: «Non potete fare niente per fermarlo. La decisione spetta solo ad Alan».
Il secondo nell’agosto 2019. Una forma di demenza gli impedisce di coltivare la sua passione per la lettura: così Gayle Garlock chiede e ottiene di accedere alla MAID. Secondo Barbara, la moglie di Gayle, leggere è una vera e propria necessità per vivere. E cosi non potendo leggere viene fatto fuori, ma per il suo bene!
E per finire in bellezza, si sta aprendo un altro pericoloso fronte connesso alla eutanasia. Una sorta di “sinergia” tra la procedura dell’eutanasia e il trapianto di organi. Nei paesi come Belgio, Olanda e Lussemburgo ma anche Canada si considera un valore aggiunto alla scelta eutanasica la donazione di organi.
Il dottor Ely, che detiene la cattedra Grant W. Liddle di Medicina al Vanderbilt University Medical Center, dichiara: «Alle conferenze mediche internazionali del 2018 e 2019, ho sentito centinaia di specialisti e medici praticanti di terapia intensiva discutere della «donazione dopo la morte».
Recentemente, il New England Journal of Medicine (NEJM) ha pubblicato un articolo di due medici canadesi e di un bioeticista della Harvard Medical School, che sosteneva che potrebbe essere eticamente preferibile ignorare la regola del donatore morto se i pazienti dichiarassero di voler morire con il fine di donare i loro organi.
La questione emergente della «morte per donazione» prevede di porre fine alla vita delle persone, previo consenso informato, portandole in sala operatoria e, in anestesia generale, aprire il petto e l’addome mentre sono ancora in vita e prelevare gli organi vitali per trapiantarli in altre persone. Dopotutto i migliori organi provengono da persone ancora vive, come quelle che donano i reni. La morte per rimozione di organi sarebbe un metodo più efficiente di prelievo di organi per pazienti da suicidio assistito.
“Kill and harvest” lo hanno denominato.
Un saggio dal Canadian Medical Association Journal ha descritto come in due casi “pazienti da eutanasia” siano stati messi in sonno profondo nella loro casa, successivamente trasferiti in ospedale per il coktail letale e l’espianto di organi per poi riportare i loro corpi a casa solo dopo quattro ore. Si utilizza lo stesso metodo di espianto dei pazienti cerebralmente morti, quindi si chiede di abbattere ogni barriera etica!
Cosa diventeremo? La fabbrica dei pezzi di ricambio ….
Uccidere qualcuno (mediante l’espianto degli organi) che tanto ha scelto di morire, per permettere la sopravvivenza di qualcun altro.
Ecco il piano inclinato della eutanasia … prepariamoci perché in Italia a breve può accadere questa follia!

 

Germana Biagioni

 

4 febbraio 2020

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